ARCIPELAGHI di Imma Libertino, raccolta di poesie inedite


RECENSIONE...

Non si può fare a meno di notare, ma direi di sentire – giacché la poesia di Immacolata Libertino ha un riferimento costante nei sentimenti – che vi è una compresenza, una convivenza di due opposte dimensioni: il macro, la portata storica, la dimensione sociale, o politica in senso lato, non annulla e non prevarica il micro, ovvero il vissuto, il “cosmo piccolo dell’amore”, la dimensione personale. I due orizzonti, quello più lontano e vasto, e quello vicino, intimo, coesistono, in un equilibrio che è abilità interiore di conciliare, in un “battito unisono di mente e cuore”, la coscienza critica con ciò che è il claustrum delle emozioni più private, dei ricordi più reconditi, coltivati o rievocati come isole di integrità (ora di luce, ora di dolore) da salvare, da strappare ad un mare in tempesta.

Anche laddove non vi sia un vero e proprio ricordo (che letteralmente significa “riportare al cuore”) ai cuori, precisamente, – siano essi “disarmati”, “impensieriti”, o “logori” – ritorna, confluisce, risuona l’esperienza del vivere, in un rapporto necessario tra dentro e fuori: “la ricerca della luce / abbandona il fuori / valica / l’enormità del dentro”.

Lucidità e sensibilità sono i due paradigmi che rendono possibile indagare il reale e trovare, altresì, una via percorribile per rendere l’esistenza non più solo un mero dato esperienziale, ma un percorso significante. Così, è certamente amara la constatazione di “questo tempo / in cui le maschere non fanno allegria”, costellato di “esistenze / nulle di divenire” e nel quale a gemere sono “un’umanità / divisa da se stessa”, nonché una “ratio / accartocciata / nel biglietto / che non basta più” neanche per prendere l’autobus! E ben si comprende: la ratio che “annaspa”, che si impantana “nella deriva / del diritto”, è quella di un re che ha il “capo in cancrena”, e che quindi nella sua sadica follia appare ormai irrimediabilmente nudo. Come nel figurare la nudità di un re vi è il bozzetto irridente verso il potere iniquo, similmente e altrettanto efficacemente si ritrova nell’umorismo romano della sezione “S’annamo a divertì” tutta la vis dissacrante di un popolo che dello scherno ha fatto forse la sua migliore arma contro governi e papi ingombranti; il linguaggio più ermetico delle prime due sezioni si colorisce e si rende esplicito nella vivacità del romanesco: “li briganti (...) / nun ereno fôri legge / A vorte / è la legge / a esse fôri / fôri de testa / e lontana dai côri” e “a guardarlo bene / però / nun è er monno, / er monno è ‘na bellezza / è chi lo governa ch’è ‘na monnezza”.

Vi è poi, psicologicamente direi, il bisogno di alleggerire la realtà, di guardarla con occhi più lievi; ed ecco che, accanto al romanesco, non manca una piccola sezione dedicata alle “Filastrocche”: “sorridere, vedere e di tutto imparare a godere”, confessando ironicamente: “il gusto gastrico sempre m’impedì di bere / ma non di pensare né di godere / né al cuore di soffrire / per procurata lucidità”.

La sensibilità è la capacità di penetrare le cose, di trasfondersi in esse, tanto da indovinarne i moti, le energie più nascoste, intuendo la potenza dell’esistente, anche laddove esso sia meno visibile o meno eclatante, particolarmente nella vita di piante e animali: “la vita è guardare e ancor di più poter vedere”. L’attenzione si rivolge quindi ora alla terra feconda: “mi rivolgo alla terra / creo volenterosa / uno scambio con il suo humus”, ora alla vita che cela e protegge: “nascosti i bulbi / serbano la potenza della resurrezione”, oppure alla linfa vitale dei rami: “germogliano / acerbe le attese di primavera, / ansiose / disfano il bivacco invernale / nei tronchi gravidi di frutti promessi”, o ancora al comportamento degli uccelli: “Improvviso / il volo degli uccelli / mima composto / la migrazione vicina”.

La consapevolezza del profondo si scontra inevitabilmente con la contingenza, tanto più in una società muta e sorda, atomizzata per dirla con Anna Arendt: “il dovere di fare / confonde / la profondità dei bisogni” e “la necessità del vivere / sigilla / il grido d’esistere”, mentre i poeti sembrano tra i pochi a poter risvegliare le coscienze: “urlano i poeti alla platea dei sordi”, ma “la voce / si frantuma / senza colpire / il potere / che ridonda di se stesso”, e i terreni che percorrono sono ora “ostili”, ora “incolti / talvolta permeabili / puramente distratti / di energie fagocitate di solitudine”.

Eppure, quel “fuoco / che dell’anima / non sa far a meno / per poter vivere ancora” reclama la sua piena esistenza: “alla libertà de come semo nati nun se rinuncia, / manco un po’” e ogni giorno, ogni istante, ogni fibra di sé diviene affermazione irrinunciabile, ostinata, rivendicazione di quelle “ripide / (...) vie per l’anima” che reclamano il cambiamento come dolorosa priorità, “scosceso confine tra l’uomo e la morte”, poiché “superfluo è vivere / capire risuona necessario”; ecco, la dignità di un’esistenza può essere senz’altro racchiusa in questa considerazione essenziale, lapidea.

Nonostante la platea umana vuota, distratta, sempre virtualmente connessa in un solipsismo narcisistico che la condanna ad una solitudine disperante, dove l’umanità, ovvero la capacità di essere umani, soggiace al totalitarismo di una tecnocrazia scientista (non scientifica) palesemente stupida, ma ciò non di meno spietata, nonostante questa tramontana gelida che “soffia fino al cuore”, c’è ancora spazio e forza per desiderare “un’Epifania / d’incorrotta umanità” e augurarsi “illuminate rinascite”.

La prospettiva migliore che possiamo effettivamente auspicarci è che questo “arcipelago” di esistenze confinate, monadiche, riesca a ridestarsi, e come crisalide, faticosamente, riguadagni le ali perdute, aprendosi di nuovo al mondo, allo studio delle lettere, della geometria (come auspicava Simone Weil), dell’arte e della natura, sporcandosi di terra e di fatica, riscoprendo amor proprio e amor di patria. Perché – come ben ci ricorda la poesia “Due novembre” – “l’amore non ha imparato a morire”.

Insomma, mentre c’è chi ci prepara una vita da isole disanimate (si legga “La singolarità è vicina” di Kurzweil), ricordiamoci sempre che “nessun uomo è un’isola” (J. Donne).

È doveroso per me, a questo punto, chiosare ricordando l’opera inestimabile di Etty Hillesum, tragicamente vicina alla sensibilità di quanti oggi vedono il mondo per quel che è, carico di oscuri presagi, oggi come allora, e bisognoso del coraggio e dell’opera onesta di quanti intendano farsi carico della responsabilità del futuro, a partire da una ritrovata umanità. “L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi”, scriveva, Il mio ‘fare’ consisterà nell’‘essere’”.

Queste parole le porteremo con noi, non è così? 

(S.L.)

 

... E PREFAZIONE

Queste parole le porteremo con noi, non è così?

Il senso della domanda con cui Sara conclude la prefazione è corretto e lecito, ma la risposta non può non prescindere da una puntualizzazione che passa attraverso la sostituzione del verbo portare col verbo restare: “Queste parole resteranno con noi; è così!”.

Se adesso chiudo gli occhi un attimo, solo un attimo, volendo raffigurarmi con un'immagine iconica il manoscritto che culla le poesie di Immacolata Libertino (per me Jaja), vedo un drappo colmato di colori allegri che svolazza libero e armonico nello spazio infinito; un cencio, come si dice noi che i panni in Arno non li abbiamo risciacquati perché a Firenze ci siamo nati. È il cencio che, liberando dalla polvere palcoscenici calpestati troppo in fretta, rammenta (letteralmente “riporta alla mente”), le commedie e i drammi vissuti, i tradimenti fatti e quelli subiti e, in cima alla scala d'importanza, le sconfitte dell'esistenza (anche se c'è chi giura che nella vita non si perde mai, perché la regola è che o si vince o s'impara).

Quella rimossa dal cencio delle poesie è la polvere prodotta dal tempo che, scorrendo frenetico, sfrega e si consuma grattugiandosi sulla ruvidità coriacea della vita fino a oscurare il “passato vuoto / tumultuoso / di vita piena”. Che poi, dalla polvere, siano riaffiorate emozioni che hanno fatto venir giù il cielo fino a toccarlo con un dito o sentimenti che hanno trafitto a morte, non ha importanza: le parole del risveglio, queste parole appena lette, resteranno aggrappate al lettore che lui lo voglia o meno; ci resteranno nel tempo, lo stesso tempo che scorre inesorabile a dispetto di tutto e lo si capisce inequivocabilmente dalla “quasi estate” arrivata, nonostante il crescendo esponenziale della meschinità del Potere, “anche in quest'anno di morte” perché, se è vero che “Sosta / l'amore / nelle stazioni obbligate (…) nella notte dell'anima”, è altrettanto vero che “l'amore non ha imparato a morire” e non morirà finché “urlano i poeti”, finché gli innamorati si sogneranno avvinghiati ne “l'ubriacatura / della solitudine” e gli aspiranti suicidi, travolti e sconvolti da “una cromia di venti”, parleranno alla luna.

“Oltrepassa / i confini dei corpi e delle anime” l’armonia di parole e “respira l'amore / al di qua e al di là della vita” negli “Arcipelaghi” di poesie raminghe di Immacolata Libertino, istantanee di un “mondo / In mano / alla follia degli uomini dove ciascuno è isola ma a nessuno è concesso di essere abbastanza isolato tanto da sentirsi libero; “arcipelaghi” dove anch'io ramingo, eternamente in fuga da un'epoca e da luoghi che mi sono estranei e dove “annaspa / la ratio / nella deriva / del diritto”, mi soffermo e prendo fiato in acque che sento calme e amiche.

Ma Arcipelaghi non è solo l'amore inteso come il contrario e l'antidoto del male: è un'ode alla natura, prepotente e delicata, che penetra nell'anima del lettore; è un belvedere affacciato sull'amalgama umana dal quale nessuno può nascondersi, nemmeno la politica sdegnosa tirata in ballo con un agrodolce di parole dal significato pesante, ma alleviate dalla leggiadria delle rime e delle metriche, che abbiamo incontrato nella sezione di poesie romanesche.

E intanto va avanti la vita, anche dove pare che se ne sia andata per sempre: anche “Al di là del cancello (…) sarà primavera”; anche dove “Disegna / il nero / lo spazio / di brace spenta” di una scelta ultima che non ha visto alternative e anche se, nella buia sospensione della democrazia e del diritto, “soccombono / i pochi coriandoli sparsi / sui marciapiedi nudi / in (...) questo tempo / in cui le maschere non fanno allegria”, la speranza affonda radici sane e forti nelle parole della nostra poetessa. Ora che le abbiamo lette sappiamo chenel ciclo infinito delle stagioni che incorniciano le poesie di Arcipelaghi, la primavera non tarderà ad arrivare, accompagnata da “la nota sinfonia / della vita che riprende” e che a me sembra già di sentire sommessamente rumoreggiare in lontananza.

Credo in te natura”, e nella forza “incorrotta” e incorruttibile dei poeti. 

(R.G.) 




 

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