IL TAMPONE TAROCCO E IL VIRUS FARLOCCO (di Fabrizio Bencini)
A tre
anni dall’inizio della farsa pandemica, ci sono ancora importanti questioni
controverse. Non voglio parlare di ciò che divide gli oppositori da politici e
giornalisti asserviti al potere, ma della natura del presunto virus SARS-CoV-2
perché, su di essa, ci sono tuttora opinioni molto diverse.
Prima però, vorrei brevemente fare
chiarezza sui tamponi, ai quali spesso tante persone ricorrono nella
convinzione che siano un test attendibile per sapere se hanno preso o meno il
Covid. Il materiale prelevato dal paziente viene sottoposto ad un procedimento
chiamato PCR, acronimo inglese per Reazione a Catena della Polimerasi. Quello
che i sanitari mainstream ci dicono è che, coloro che risultano positivi al
test, sono contagiati Covid-19; quanti invece risultano negativi non sono
ufficialmente contagiati ma potrebbero essere dei malati asintomatici. In
realtà, il procedimento PCR, fu inventato dal dottor Kary Mullis, che per
questo vinse il Nobel, per riprodurre moltissime copie di un segmento di DNA,
chiamato primer. Come precisò lo stesso Mullis, il test PCR non è destinato a
fini diagnostici; tuttavia, se tramite questo test si vuol dimostrare che un
virus è presente in un determinato campione, bisogna prima aver dimostrato che
la sequenza primer usata derivi effettivamente dal virus in questione. Questo presuppone
che, in precedenza, il virus sia stato isolato e purificato e il suo genoma
sequenziato. Inoltre, per essere sicuri che la sequenza PCR sia specifica per
un determinato virus, si dovrebbe dimostrare che nessun altro organismo
vivente, ad esempio dei microbi eventualmente presenti nel campione, contenga
la stessa sequenza. Solo a questo punto si potrebbe dimostrare che la sequenza
primer usata nel test deriva direttamente dal genoma virale. Se nessuno di
questi criteri viene soddisfatto, il test PCR non può essere usato per
diagnosticare la presenza di un virus. Nel caso del SARS-CoV-2 succede proprio
questo: nessuno dei criteri suddetti è presente, a partire dal mai effettuato
isolamento del virus; in altre parole, il test PCR non prova assolutamente
nulla, né la presenza del presunto virus SARS-CoV-2 né quella di nessun altro
virus e tantomeno delle cosiddette varianti.
L’uso del procedimento PCR per
diagnosticare la presenza del virus responsabile del Covid-19, è stato
introdotto dal gruppo del dottor Christian Drosten dell’Istituto Charité di
Berlino, la cui ricerca è stata finanziata da Bill Gates. Si dà però il caso
che Drosten abbia lavorato solamente con modelli teorici del virus, senza mai
studiare un campione prelevato da un paziente malato; ne consegue che non
esiste alcuna prova che qualcuna di queste sequenze primer derivi dal SARS
-CoV-2. Questo invalida totalmente il test. Non solo. Per usare il test PCR a
fini diagnostici, si dovrebbero conoscere la sensibilità, che è la percentuale
di veri positivi, di coloro cioè che sicuramente sono infetti, e la
specificità, vale a dire la capacità del test di rivelare i veri negativi,
quelli che con certezza non sono infetti. In altre parole, se su cento malati
accertati il test ne riconosce novanta, la sensibilità è del novanta per cento;
se invece su cento pazienti sicuramente sani, il test ne dà per sbaglio cinque
positivi, significa che la specificità è del novantacinque per cento. Poiché
non esiste un test gold standard per i falsi positivi e i falsi
negativi del test PCR, è impossibile che tale procedimento possa darci
un'informazione valida da un punto di vista scientifico circa la presenza di un
virus o di una patologia. Non è tutto; a seconda del numero di amplificazione
dei cicli del materiale genetico prelevato, è possibile pilotare il numero di
positivi o di negativi che si vogliono far risultare. Se chi ha il potere
politico-sanitario vuol fare credere che il numero dei positivi è molto alto,
deve solo dare disposizione che i cicli di amplificazione superino i quaranta;
se invece si vuol dimostrare che alcune misure come i lockdown (leggasi
confinamenti) o la vaccinazione di massa hanno dato dei risultati positivi
contro un’epidemia virale, alle autorità basterà disporre che il numero di cicli
rimanga sotto i venticinque. È questa un’altra prova che i test PCR possono
essere manipolati a piacere e sono totalmente inaffidabili da un punto di vista
diagnostico. Se le persone fossero a conoscenza di queste verità sui tamponi,
certo non nutrirebbero quella fiducia quasi cieca dimostrata in questi tre anni
e capirebbero che erano sane anche quando è stato detto loro che erano state
contagiate dal Covid-19.
Passiamo ora alla natura del SARS-COV-2.
Fin dall’inizio di questa vicenda si è detto che tale presunto virus ha avuto
origine nel mercato del pesce di Wuhan, frutto di un salto di specie da un
animale all’uomo; poi si è affermato che era uscito per errore dal laboratorio
di massima sicurezza di Wuhan e infine, secondo la terza versione, sostenuta in
particolare dal prof. Joseph Tritto e dal premio Nobel Luc Montagnier, il SARS
-CoV-2 sarebbe una chimera, cioè un virus ingegnerizzato in laboratorio per
trovare un vaccino contro l’HIV. Su queste teorie si è scritto molto,
soprattutto sull’origine zoonotica. Personalmente, non ritornerò sulle diverse
ipotesi ma cercherò di spiegare perché nessuna di esse ha fondamento. Non c’è
alcuna evidenza, in letteratura, di un virus isolato direttamente dal fluido di
un paziente che soffrisse di una qualsiasi malattia virale, tipo varicella,
morbillo, AIDS, COVID o altre.
Come ci dovremmo allora approcciare alla
ricerca scientifica di un virus? Quando compare una nuova patologia, se ne
dovrebbero definire i sintomi, poi una volta trovato un numero significativo di
persone con la stessa malattia, si dovrebbero esaminare i fluidi prelevati da
ciascuna di esse per capire se hanno un virus in comune. Tale virus,
presumibilmente presente in abbondanza nei soggetti esaminati, dovrebbe avere
una morfologia comune e il virus di ciascuno dovrebbe contenere un identico
materiale genetico. Fondamentale è l’isolamento del virus, che avviene secondo
un procedimento complesso che ho riportato nel mio libro “Tamponi, virus,
vaccini. La fine delle false verità”. In questa sede, per non appesantire
troppo il testo cercherò di sintetizzare al massimo, ma non a scapito della
chiarezza. Il fluido corporeo da esaminare viene messo in una sorta di
frullatore e poi filtrato; da questo campione vengono scartati funghi, batteri,
cellule e altre microparticelle. Il fluido rimanente viene sottoposto ad una
ultracentrifugazione, in seguito alla quale il virus viene spinto fuori in una
banda della quale si dovrà controllare la purezza. L’unica cosa rimasta a
questo punto del procedimento sarà il virus, del quale si potrà studiare la
morfologia e sequenziare l’intero genoma. Successivamente, si esporranno delle
cavie da laboratorio a questo virus purificato e isolato per vedere se si
ammalano. Ebbene, questo esperimento relativamente semplice non è mai stato
eseguito con successo in nemmeno una delle cosiddette malattie virali, compreso
il SARS-COV-2 e il Covid-19. La ricercatrice canadese Christine Massey ha
chiesto a decine di centri di ricerca in tutto il mondo se avessero isolato il
virus SARS-CoV-2 secondo i suddetti criteri scientifici, ma nessuno di loro ha
risposto affermativamente.
I virologi dicono che non possono
dimostrare l’esistenza del virus col procedimento descritto perché non ci
sarebbe abbastanza materiale virale nel fluido corporeo dei malati; dovremmo
allora chiederci su quali postulati si sostiene che il virus sia patogeno, ma a
questa domanda non viene data risposta. La virologia mainstream afferma
piuttosto che la prova dell’esistenza del virus e della sua patogenicità sia da
ricercare nel cosiddetto effetto citopatico.
Per capire il ragionamento che i virologi
fanno, bisogna andare indietro di qualche decennio, agli anni cinquanta del
Novecento e al processo noto come “coltura virale” scoperto dal virologo John
Franklin Enders, che per questo vinse il Nobel nel 1954. Enders prese un
campione dalla gola di sette bambini con i sintomi del morbillo e lo mescolò
con sei sostanze fonti di proteine e materiale genetico: il latte, le cellule
renali umane, le cellule renali di scimmia, il fluido amniotico bovino,
l’estratto embrionale bovino e il siero equino. A questa coltura, Enders
aggiunse degli antibiotici tossici per le cellule renali, come la
streptomicina. Nei giorni successivi, il virologo e la sua équipe notarono un
effetto citopatico nelle cellule della coltura e ne dedussero che fosse la
prova che il virus del tampone faringeo stesse distruggendo le cellule della
coltura. In altre parole, secondo Enders, il virus del morbillo presente nei
tamponi aveva infettato e distrutto le cellule della coltura. Ma si sbagliava.
Da quel giorno, questo tipo di
procedimento viene usato dai virologi per effettuare l’analisi genetica di un
presunto virus; tale ricerca viene cioè effettuata non su un virus isolato e
purificato, ma su una coltura cellulare nella quale c’è un miscuglio di tante
sostanze diverse più degli antibiotici. A questo punto la cosa da chiarire è se
l’effetto citopatico sia da attribuire al virus o al denutrimento e
all’avvelenamento della coltura cellulare; inoltre, come possiamo essere certi
che le particelle e il materiale genetico nella coltura finale derivino solo
dal virus del malato e non da qualcuna delle sostanze aggiunte alla coltura?
Cioè, l’effetto citopatico è provocato dalla presenza di un virus patogeno o è
il risultato del procedimento di coltura? I virologi che si basano sui
risultati degli esperimenti di coltura e non sullo studio del fluido prelevato
direttamente da un malato, considerano l’effetto citopatico la prova che il
virus esiste e provoca la malattia. Ma è davvero così?
Il dottor Stefan Lanka è un microbiologo
tedesco che nel 2011 aveva promesso un premio di 100.000 euro a chi avesse
dimostrato scientificamente l’esistenza del virus del morbillo. L’allora
studente di medicina D. Bardens, produsse quindi sei pubblicazioni che, a suo
dire, confutavano le tesi di Lanka, il quale negò la natura scientifica degli
studi prodotti dal suo contestatore. La cosa finì in tribunale e nel 2016 la
Corte d’appello di Stoccarda dette definitivamente ragione a Lanka, condannando
Bardens alle spese processuali. In questi dodici anni, nessuno ha prodotto le
prove che confutino le posizioni del microbiologo tedesco. Stefan Lanka ha
sempre negato anche l’esistenza del virus HIV e degli altri ritenuti
responsabili di varie malattie considerate virali. Lanka ha anche condotto uno
studio scientifico per capire come si verifichi l’ effetto citopatico di cui
abbiamo parlato sopra.
In sintesi, egli ha coltivato delle
cellule in un terreno di coltura normale, con solo una piccola quantità di
antibiotici; dopo cinque giorni, non è stato riscontrato alcun effetto
citopatico; contemporaneamente, altre cellule sono state messe in coltura in un
terreno con una quantità normale di nutrienti e una piccola dose di
antibiotici. Questa volta è stato aggiunto anche il 10% di siero fetale di
vitello, per arricchire il terreno; anche in questo caso, le cellule della
coltura sono cresciute normalmente nei cinque giorni in cui sono state
osservate. In una terza componente dell’esperimento, Lanka ha utilizzato un
terreno col minimo di nutrienti, in pratica portando la percentuale di siero
fetale di vitello dal 10 all'1%. Sono stati diminuiti i nutrienti per la
crescita delle cellule, ma è stata triplicata la concentrazione di antibiotici.
Il risultato è che al quinto giorno di osservazione, si è verificato l’effetto
citopatico. Questo non è la conseguenza della presenza del virus, perché nessun
virus è stato aggiunto alla coltura, ma piuttosto del modo in cui è stato
condotto l’esperimento. Infine, nella quarta e ultima parte dello studio è
stata aggiunta una soluzione di puro RNA di lievito, ottenendo gli stessi
risultati della terza parte. È un ulteriore conferma che è la tecnica della
coltura, e non il virus, a provocare l’effetto citopatico. La quarta parte
dell’esperimento di Lanka dimostra che qualsiasi genoma virale a RNA si può
trovare nei risultati della coltura cellulare così coltivata, senza che si
aggiunga alcun virus.
È chiaro a questo punto che non è mai
stata dimostrata scientificamente l’esistenza del SARS-CoV-2; di conseguenza,
non si può affermare che esso provochi una malattia, si chiami Covid -19 o in
altro modo, che abbia delle varianti, che contenga una particolare proteina, in
particolare la famosa Spike o che sia causa di contagio, che
contrariamente a quello che si è sempre creduto, non esiste. I virus, in
conclusione, non esistono come veicoli di malattie, al contrario possono essere
identificati come esosomi, che svolgono un ruolo positivo di detossificazione
dell’organismo.


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