RESISTENZA, RESILIENZA E SERVILIENZA



Intesa come l'azione di ferma opposizione volta a contrastare gli effetti sgraditi di un'attività altrui, sia intesa come nome proprio dell'insieme di quei movimenti che, dapprima clandestinamente e fuorilegge (non dimentichiamocelo, ci tornerà utile saperlo), sfidò e sconfisse il Nazifascismo in Italia, Resistenza è una parola entrata a far parte con entrambe le accezioni nel nostro lessico familiare ottant'anni fa, e vi è orgogliosamente rimasta fino alla sua massima e attualissima evoluzione in "Resistere Resistere Resistere!".

Nella Resistenza con la "R" maiuscola, accomunate dall'unità d'intenti, le più disparate ideologie contrapposte al regime del Ventennio, solidarizzarono nel farsi argine al Fascismo. Sono convinto che ogni partigiano fosse ben consapevole delle differenze ideologiche che, in altre circostanze, avrebbero minato la saldezza della Lotta Clandestina. Fortunatamente ebbero non solo l'intelligenza di metterle da parte ma, addirittura, compresero che proprio in quella varietà era racchiusa la vera forza del contrasto partigiano fino al trionfo sull'oppressore. Il tempo dello scontro fra comunisti e clericali, fra socialisti e democristiani, fra anarchici, repubblicani e monarchici sarebbe stato dopo e, come ben sappiamo, non se lo lasciarono sfuggire. Nei capolavori di Giovannino Guareschi e nelle fraterne contese fra Peppone e Don Camillo, ne troviamo ancora oggi l'emblema.

A voler essere pignoli ci sarebbe anche un'altra resistenza, quella elettrica, ma magari ne parliamo in un'altra occasione. Adesso preferisco soffermarmi su resilienza, termine di recente propagazione sul mercatino della semantica da bassa propaganda, tanto da sembrare quasi partorito da una sorta di improvvisata neolingua di stampo orwelliano (non c'entra nulla, ma il sostantivo resilienza mi sta sulle palle tanto quanto il verbo implementare). Sarà per via di una mia atavica paura (le esperienze pregresse marcano), ma ogni volta che qualcuno vara un nuovo vocabolo di cui non se ne sentiva il bisogno, così come mi succede ogni volta che la politica battezza un provvedimento con un nome straniero, mi si accendono dei fastidiosissimi campanellini d'allarme e divento irrimediabilmente diffidente.

Ma torniamo a noi, e al significato della parola resilienza. La mia percezione è che venga spesso, e con troppa superficiale frettolosità, interpetrata come un quasi-sinonimo di Resistenza, dalla quale per il "comune sentire" magari differisce sì per alcune sfaccettature, ma così piccole da non valere nemmeno la pena approfondirle. Fermo restando il mio sospetto che l'equivoco sia stato creato ad arte (ma questo è solo il mio pensiero), in realtà le due parole esprimono l'una l'esatto contrario dell'altra. Insomma, voglio dire, la storia ci insegna che i partigiani salirono in montagna e si opposero al fascismo fino a sopraffarlo e libereracene (almeno per un certo periodo) ma, se invece che resistenti fossero stati dei resilienti, come si sarebbero comportati? Sicuramente non si sarebbero inerpicati su per i sentieri, ma sarebbero corsi in sartoria per uscirne con la camicia nera, l'orbace e il fez in testa; non avrebbero nascosto i perseguitati dalla dittatura, ma li avrebbero denunciati alle autorità. E le staffette partigiane, se invece che aderire alla Resistenza si fossero orientate sulla resilienza, come avrebbero passato le nottate? Certamente non a portare le ambasciate e i rifornimenti ai nuclei clandestini; piuttosto avrebbero amoreggiato in camporella al bagliore romantico dei pagliai dei contadini renitenti al pensiero unico ammesso, incendiati da qualche squadristello di provincia.

Ecco dunque la grande differenza per cui le due parole, pur nella indiscutibile (e voluta?) similitudine sonora, non sono sinonimi ma contrari: la Resistenza è attiva e la fa chi si contrappone, mentre coloro che praticano la resilienza si piegano e si adeguano passivamente; il Resistente fonda la propria attività su ideali concreti, sul coraggio, sulla forza e sullo spirito di sacrificio senza compromessi, mentre al resiliente basta e avanza la mollezza di chi sceglie la via facile del subire, tanto più se l'alternativa richiedesse di alzare la testa.

Va da sé che chi detiene il potere coltivi nelle masse la resilienza e non certo l'ardire e l'ardore della Resistenza. Ma non è tutto, tant'è che purtroppo, nel periodo che stiamo guadando, i termini resilienza e resiliente, per quanto di nuova concezione, si sono già dimostrati se non obsoleti, in molte circostante quanto meno non più adeguati, tanto da richiedere l'introduzione delle definizioni di serviliente e di servilienza, dove il serviliente è colui che ha conquistato lo stadio sottostante a quello di resiliente. L'attività della servilienza invece, a differenza della resilienza che richiede la semplice omologazione del singolo soggetto, torna a richiedere, come per la Resistenza, un impegno fattivo da parte dei militanti che però, in questo caso, rivestono contemporanemante sia il ruolo di vittima che di gregario del proprio oppressore. Per funzionare, la servilienza necessita di un minimo di organizzazione strutturata che tuttavia rimane invisibile agli occhi del serviliente il quale, se anche posto davanti all'evidenza, sarà pronto a disconoscerla. Nella filiera organizzativa della servilienza, il potere mediatico assolve al compito di ufficiale di collegamento fra la regia (o regime) e gli stessi servilienti.

 Il serviliente non va tuttavia confuso con il servo, poiché quest'ultimo è consapevole della situazione in cui si trova, non la gradisce e dalla quale probabilmente vorrebbe riscattarsi; il primo invece è capace, nella sua inconsapevolezza, di andare pure orgogliosamente fiero dello stato in cui versa, a tal punto da "salirci" per impartire ad altri lezioni di moralità. Stesso discorso vale per servilismo e servilienza: colui che pratica il servilismo (volgarmente detto leccaculo) si mortifica intenzionalmente, normalmente in cambio di qualche abietto beneficio (l'assunzione in un posto sicuro, uno scatto di carriera immeritato, il disbrigo accelerato di una pratica, lo scavalco di una lista d'attesa ecc...), mentre il serviliente non solo si umilia in cambio di nulla, ma addirittura potrebbe ingenuamente ritrovarsi, come scritto poc'anzi, in prima fila a pagare le conseguenze di quello status di cui ha agevolato l'affermazione.

di Roberto Giorgetti


 

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