LA CENA DEI RIFUGIATI... (con ricetta per la Ribollita)
Premesse:
a. I personaggi di questo racconto sono frutto della fantasia
dell’autore, tuttavia alcuni di loro non risulteranno sconosciuti a chi ha
letto L’Iris che fa i miracoli e Nel nome
del vino… (e col suo spirito), romanzi dello stesso autore;
b. Le doppie negazioni affermano, è fuori discussione. Quelle
contenute nella narrazione che segue leggetele però come licenze rafforzative
(mutuate dal comunemente parlato);
c. Se alcuni termini risultassero incomprensibili, potrebbero
essere dei fiorentinismi (es.: testo = coperchio del tegame).
LA CENA DEI RIFUGIATI...
(...con la ricetta per la ribollita)
«DANIELEEE!!!» Urlo con le mani a trombetta ai lati della
bocca, mirando dritto verso la carovana da circo piazzata in pianta stabile
nell’oliveta di rimpetto all’aia.
«Che cazzo strilli» mi risponde mite il brigadiere Daniele
Tempestini che, con passi lunghi e dinoccolati, proprio in quell’istante mi si
para davanti. Sbuca dal viottolo di campo che congiunge le nostre abitazioni,
aggrappato al collo di una bottiglia senza etichetta piena di un liquido così
invisibile da farla sembrare vuota.
«Scusa, vedo che a Reggia Tempestini le
luci sono accese…» mi giustifico ammiccando verso il suo castello a ruote.
«C’è Alice, il venerdì dorme da me».
«Potevi portare anche lei…» azzardo sapendo di dire una
cazzata. E infatti:
«È una signora…» dice sottolineando l’ovvietà con tono da
ammonimento, e lascia cadere la frase nel vuoto per non infierire ulteriormente
sulla combriccola della serata.
«L’architetto è già arrivato» dico io per cambiare discorso
e indico il portone a vetri della cucina. «Gli altri li ho sentiti, stanno
arrivando. Avevano sbagliato strada».
«E ti pareva…» commenta sarcastico, alludendo di nuovo al
bizzarro assortimento di commensali che sto per mettere a tavola. In effetti
siamo accomunati soltanto dal fatto di essere, ciascuno a modo suo e per
ragioni più o meno confessabili, dei rifugiati sociali in cerca d’asilo
apolitico.
*****
Casa mia, o meglio, del proprietario che me la lascia
occupare in cambio di un affitto poco più che simbolico e di qualche faccenda
che sbrigo per suo conto, è il ricavato della trasformazione di quello che in
passato era stato un magazzino agricolo o, forse, una scuderia. Il portone, che
un tempo doveva essere di legno massiccio, è stato sostituito da una grande
struttura a vetri. L’effetto ottenuto, decisamente gradevole, è quello di far
percepire la cucina come se fosse un ambiente unico con il pergolato che
ombreggia parte dell’aia e, sotto al quale, ho apparecchiato il tavolo per la
cena di stasera.
Non siamo ancora alla metà di marzo, lo so. Vorrà dire che
considereremo l’aria della sera, ancora bella frizzante, come parte integrante
dell’atmosfera; l’altra parte è affidata alle poche lampade, fioche e
giallognole, penzolanti nude e senza simmetria direttamente dal filo elettrico
che percorre, per il lungo e per il largo, tutto l’intradosso della pergola.
*****
L’architetto Leopoldo è arrivato con un’ora abbondante di
anticipo e non certo per la paura di sbagliare strada. Lui non è il tipo che
ardisce, nemmeno se l’avventura è arrivare sulle colline a due
passi da Firenze; prima di partire si sarà ripassato mentalmente il percorso
almeno una decina di volte. No, non è arrivato prima perché non si sa
mai. È arrivato prima per annusare l’aria; per prendere le misure;
per immergersi lentamente nell’atmosfera. Nel suo formalismo è un uomo in
controtendenza: nell’epoca in cui tutti sgomitano per salire sul palco a
imbrattarsi di visibilità e contendersi il ruolo di miglior protagonista, lui
preferisce scendere in platea da spettatore; chiede solo di arrivarci passando
da dietro le quinte. Ha bisogno di vedere oltre le apparenze; capire ogni
dettaglio non mostrato. Secondo lui è lì, nel non-dichiarato dei
particolari nascosti, che si trova la chiave che svela il senso di ogni cosa.
Per questo non mi ha stupito sentire sull’aia, con tanto
anticipo, il lamento inconfondibile della sua utilitaria, strattonata per la
frizione come fosse la briglia di un cavallo indomito. Uscendo dalla cucina per
andargli incontro l’ho visto chino, infilato fino alle spalle nella piccola Fiat dal
lato del passeggero. Ne è uscito indietreggiando con la delicatezza di
un’ostetrica alle prese con un parto podalico. Poi, raddrizzata la schiena con
tutte le precauzioni del caso, si è voltato mostrandomi sorridente la creatura
sospesa sugli avambracci protesi: un rettangolone grande
pressappoco come un’anta di mettitutto, rinvoltato nella carta di
una nota pasticceria di Soffiano.
«Non serve che la metti in frigorifero» ha detto porgendomi
l’anta «però deve stare in un posto fresco, lontana dai fornelli»
ha aggiunto guardandosi intorno.
L’ho sgravato del carico al quale anch’io, mi rendo conto,
ho riservato una riverenza eccessiva, pur tenuto conto della delicatezza e
preziosità del contenuto.
«Faccio strada» ho detto varcando la porta prima di lui. In
realtà c’è poco da fare strada, il piano terra è un unico grande spazio aperto
che attraverso in diagonale per depositare il fagotto del pasticcere sul
divano, nell’angolo opposto alla stufa.
*****
«Via, ho da fare! ‘Gna vi lasci» ci disse il
Vinaino di Porta al Prato mentre, sventolando il canovaccio che stringeva in
mano e rivolto alla figlia che insisteva a reclamarlo in cucina, gesticolò un
indispettito, quanto inequivocabile, «evengo-cristodiddio!!!». Ma si
vedeva che gli dispiaceva abbandonare la conversazione che, io e l’architetto
Leopoldo, avevamo imbastito intorno a uno dei suoi tavolini e nella quale, come
succede sempre più spesso, si era trovato coinvolto.
«Non si preoccupi, lo riprenderemo» lo confortò
l’architetto declinando giustamente al maschile, dal momento che lui, l’architetto,
le nostre ormai quasi quotidiane discussioni sui massimi sistemi,
le chiama approfondimenti.
Nacque così, casualmente, da una conversazione interrotta
dagli affanni quotidiani, l’idea di una cena per chiacchierare senza meta,
senza preconcetti e senza confini. E quale luogo potevamo scegliere migliore di
casa mia, per ripararsi dai fastidiosi attacchi dell’ordinaria quotidianità?
«Una cosa alla bona però, tanto per stare
insieme» approvò il Vinaino di Porta al Prato.
«Piatto unico» dissi io per convalidare il concetto, mentre già mi stava balenando un idea per la testa.
*****
Un mesetto più tardi eccoci qua, con il piatto unico che sobbolle o,
per meglio dire, ribolle nel tegame sopra il piano di ghisa della cucina
economica.
A volerla fare sbrigativa, la ribollita potremmo definirla
una pietanza povera e semplice, baluardo della cucina tipica toscana. Fine! Non
avremmo detto nulla di sbagliato ma, certamente, le avremmo mancato della
considerazione che merita.
Tanto per cominciare, la ribollita (o minestra di pane
rifatta) è il cantastorie più accreditato quando si tratta di commemorare gli
antichi sapori e saperi della civiltà contadina fiorentina. Dei primi ne è
testimone diretta, mentre i secondi ce li svela, indirettamente, glorificando
uno stile di vita (ahimè!) perduto.
Parlo di un tempo in cui i contadini, che di cose da fare
ne avevano tante e non potevano permettersi il lusso di fermarsi dal fornaio
tutte le mattine, il pane se lo facevano in casa una volta
alla settimana, sempre nello stesso giorno, fatta salva la santificazione delle
sacre feste comandate. I pani poi, una volta sfornati, venivano conservati
nella madia, la stessa in cui la notte precedente all'infornata avevano fatto
lievitare l’impasto di pasta madre. Alla sfornata della settimana successiva, e
in virtù del sacrosanto principio per cui non si buttava via nulla, il pane
avanzato, sempre che ne fosse avanzato, veniva riciclato in vari modi. La
decisione di cosa farlo diventare spettava insindacabilmente alla stagione: panzanella
in estate; pappa col pomodoro se era periodo di pomodori e, nei mesi freddi,
minestra di pane.
Per trovare la ribollita però bisogna fare un altro passo
avanti, fino a sconfinare nel campo del riciclaggio del riciclato. Solo allora
ne faremo la conoscenza, essendo, di fatto, la ribollitura dell’avanzo della
minestra del giorno precedente, fatta con l’avanzo del pane di tutta una
settimana.
Per chiudere il discorso sul riutilizzo degli avanzi,
bisogna dire che quella della minestra di pane, e quindi della ribollita, è una
ricetta aperta. Infatti, come per molte altre pietanze povere,
originate dalla necessità di non sprecare nulla, deve prescindere da un elenco
inflessibile degli ingredienti e dei dosaggi. È compito di chi sta ai fornelli
aggiustarla, di volta in volta, secondo ciò che la stagione offre e secondo i
cicli di abbondanza e carestia dei vari ortaggi… e perché no, inseguendo i gusti
personali (e su questa considerazione potremmo aprire un’ampia discussione.
Magari lo faremo in un’altra occasione).
Pietanza povera e semplice dunque dicevamo: povera, come si
conveniva alla vita modesta dei contadini, ma al tempo stesso ricca di contenuti
emotivi e nutrizionali; e semplice, certo, ma non abbastanza da poter essere
improvvisata.
*****
Io non sono il tipo che improvvisa. Adesso mi vedete così,
con l’aspetto arreso da cittadino marginale, ma so ancora riconoscere le cose
che meritano di essere prese sul serio e, la cena di stasera, è una di quelle.
Per questo ho cominciato a pianificare le azioni sulla lunga distanza, senza
lasciare nulla all’estemporaneità…. Perché la ribollita no, non è un piatto che
s’improvvisa.
La prima mossa l’ho compiuta già una settimana fa, appena
stabilita la data della cena. Dopo aver atteso che i pochi clienti del sabato
mattina avessero parcheggiato sul piazzale Vittorio Veneto, mi sono goduto una
bella passeggiata col sole in faccia sul Lungarno Amerigo Vespucci.
Attraversato il Ponte alla Carraia ho proseguito su via dei Serragli e per i
vicoli di Santo Spirito, fino a ficcarmi nella minuscola bottega di un piccolo
forno artigianale. Prima di rivolgermi alla commessa mi sono immerso, anima e
mente godendomelo per qualche minuto, nel profumo tiepido e antico della
polvere di farina e del pane appena sfornato. Ancora avvolto in un alone di
epoche sospese, ne sono uscito con un filone casereccio, rigorosamente cotto a
legna, e una sleppa di schiacciata ancora calda che ho
mangiato sulla via del ritorno.
Giunto a casa, il filone l’ho dapprima diviso nel mezzo e, dopo aver avvolto le due metà in un massiccio canovaccio di cotone grezzo a trama larga, l’ho riposto nel piano alto della madia dimenticandomelo fino a ieri. Infatti, prima di procedere alla preparazione della minestra di pane, è fondamentale che il pane si raffermi in un ambiente arido e areato. Per quest’ultima ragione ho lasciato aperta la ribaltina frontale della madia. In mancanza della madia va bene riporlo in qualsiasi altro mobilio, va evitato però il mettitutto di formica o smaltato perché, il legno nudo, deve assorbire l’umidità in eccesso nell’ambiente mantenendo il pane all’asciutto.
Mercoledì
mattina, dopo che il mio parcheggio si era riempito, mi sono
concesso una seconda passeggiata cambiando però la direzione. Attraversata
indenne la nuvola di smog che avvolge Porta al Prato, ho preso giù per via
delle Porte Nuove. Al bar d’angolo con via da Palestrina, oggi gestito da un
simpatico cinese che ride sempre, mi sono concesso una rievocazione storica dei
tempi delle scuole superiori: rosetta croccante con la
frittata di porri e cappuccino (le bestemmie alimentari, credetemi, son ben
altra cosa). Rifocillato, ho ripreso il cammino sul lato opposto di via da
Palestrina, sbarcando in Sant’Jacopino. Il verduraio del quartiere
è uno di quelli col grembiule verde lungo fino ai piedi e le maniche della
camicia arrotolate anche a dicembre. Se cercate vassoietti di polistirolo o
prodotti sbiaditi dal soffocamento nel cellophane, siete finiti nel posto
sbagliato. Da lui l’ortofrutta, esposta allo stato brado, la si sceglie
affidandosi alla naturalezza dei colori, annusando i pomi uno a uno e
stropicciando il fogliame fra le punte dell’indice e del pollice. Toccate-diocristo!,
che qua nessuna commessa inviperita verrà a bacchettarvi sulle nocche delle
mani indicandovi, con lo sguardo torvo, l’elargitore di guanti da urologo.
Divagazioni a parte, sono andato fin là per comprare un
chilo di fagioli cannellini secchi. Forse saranno troppi ma lo valuterò a
occhio durante la preparazione della zuppa, regolandomi in base alla
consistenza che prende. Per male che vada, quelli in più li ripasso all’uccelletto.
Approfittando dell’immobilità dell’ora di pranzo, in cui
chi doveva andare è andato e chi doveva arrivare è arrivato, ho lasciato di
nuovo il mio piazzale per fare un salto a casa. Giusto il tempo di mettere a mollo i
fagioli in una zuppiera colma d’acqua. Devono rimanerci almeno una nottata, ma
siccome è meglio se ci stanno ventiquattr’ore, ho preferito non rimandare
all’orario del mio consueto rientro a casa.
*****
Invitare i miei ospiti di venerdì è stato più che altro un
riecheggiamento di vecchi conformismi, dai quali, evidentemente, non sono
ancora completamente guarito. A pensarci bene, per tutti noi, il sabato è un
giorno come gli altri. Lo è per Daniele Tempestini e per l’architetto Leopoldo,
rispettivamente carabiniere e pensionato sette giorni su sette. Lo stesso vale
per il Vinaino di Porta al Prato, che il giorno di chiusura ce l’ha di
domenica, mentre Taamir non chiude mai e Santiago apre quando vuole. Anche a me
cambia poco; il sabato ho solo meno clienti, ma l’orario è lo stesso. L’unica per
cui sarebbe cambiato qualcosa, se fosse stata fra gli invitati, è Alice che, da
quando è mancato suo nonno, il sabato ha smesso d’aprire l’officina.
*****
Adesso però basta per davvero con le divagazioni. Siamo a
giovedì e, quando si tratta di ribollita, il giorno cruciale è quello che
precede l’abbuffata. A metà mattinata, dopo averlo riempito di automobili,
abbandono sbrigativamente il luogo di lavoro: per il resto della giornata sarà
posteggio libero! E così sia!
Risalendo verso casa, lungo la provinciale che porta sulle
colline, mi fermo al banco della cooperativa di agricoltori locali, allestito
in uno spiazzo sterrato al margine della strada. Scelgo un cavolo verza
piuttosto grosso e due mazzi di cavolo nero. Mi faccio aggiungere un mazzetto di
bietola, una manciata di spinaci e un bel ciuffo di
prezzemolo, quest’ultimi evidentemente prodotti in serra dal momento che sul
cartello, esposto in bella vista, c’è scritto “Tutto di nostra produzione”.
Dev’essere sempre per questo motivo che non hanno i pomodori. Pazienza; farei
ricorso alla passata se non fosse che non hanno nemmeno le zucchine e il sedano
e quindi, al supermercato, devo andarci lo stesso. Mentalmente ripasso la lista
degli ingredienti e la confronto con le provviste che so di avere nella
dispensa di casa. Patate, cipolle e qualche capo d’aglio li ho sicuramente. Per
star tranquillo mi faccio aggiungere una decina di carote e pago il conto.
Disperdo la spesa nell’enorme bagagliaio della vecchia Volvo,
lenta e robusta come un paracarro. Il motore, come al solito, prima di avviarsi
ha un po’ da bofonchiare ma, una volta che è partito, so che di questa macchina
posso fidarmi. D’altra parte me lo deve visto che, un paio d’anni fa, l’ho
ripresa per i capelli salvandola dalla pressa del rottamaio. Ah, come sarebbe
diverso il mondo se gli uomini conoscessero la ri-conoscenza come
la conoscono gli animali e, perché no, anche le macchine!
Avevo
promesso che non mi sarei concesso altre divagazioni, ma questa è perdonabile
perché non mi ha rubato tempo. Infatti sto tornando indietro sulla provinciale
fino al primo supermercato. Prendo un chilo di pomodori da sugo, qualche
zucchina e un paio di sedani attingendo tutto dal reparto del biologico (ma
lo sarà davvero?). Sono quantità abbondanti, l’eccedenza andrà a formare
quella giacenza di dispensa che in cucina fa sempre comodo. Al di là di tutti i
migliori propositi, può sempre capitare di dover improvvisare qualcosa.
Guardo l’orologio sul cruscotto e mi rendo conto che ho
poco da cincischiare; s’è fatta l’ora di mettermi ai fornelli senza indugi.
Poco più tardi approdo troppo veloce sullo spiazzo in terra
battuta di fianco all’aia; la frenata solleva una nuvola di polvere che mi
supera e, entrando dai finestrini che non mi sono curato di chiudere, invade
l’abitacolo. Poco male! Raccolgo le buste con la spesa e, una volta entrato in
cucina, deposito tutto sul tavolo. Non c’è niente che abbia urgenza di essere
messo in frigorifero, quindi mi dedico ad altro.
Come prima cosa smuovo il deposito di cenere nel bruciatore della cucina economica, riesumando la brace che torna a brillare. Ci butto sopra tre pigne secche, ci soffio con forza fino a incoraggiare una piccola fiammella e poi riempio il vano con ciocchi di legna stagionata. Bastano pochi minuti perché una piccola lingua di fuoco, sputacchiando faville dal foro dell’anello centrale che chiude il piano superiore, mi dia il bentornato a casa.
Nel
frattempo ho scolato i fagioli che avevo messo a bagno ieri. Se non sono
passate ventiquattr’ore poco ci manca. In un tegame d’alluminio con i bordi
piuttosto alti ho messo a scaldare un fondo d’olio di oliva, un ramoscello di
rosmarino e qualche spicchio d’aglio schiacciato. Senza aspettare che l’olio
inizi a lamentarsi per il troppo calore, aggiungo i fagioli e, dal momento che
avrò bisogno di molto brodo per la preparazione della minestra di pane, abbondo
nel coprirli d’acqua fredda. Copro anche il tegame con un testo e lo sposto
verso la periferia del piano della cucina, in modo che i fagioli raggiungano il
bollore lentamente. Quando questo avviene lo sposto di nuovo, ancora più
lontano dall’epicentro del calore, in modo che continuino a cuocere con dolcezza
e senza rincorrersi per la pignatta. La temperatura ideale sarebbe quella che
li fa sobbollire in maniera quasi impercettibile e costante,
condizione per me difficile da ottenere poiché uso una cucina a legna. Per il
momento posso dimenticarmi di loro, sia perché ho da occuparmi degli altri
ortaggi, sia perché dovranno cuocere per almeno un’altra ora e forse più. Nel
caso restassero sul fuoco più a lungo del dovuto non sarà un problema,
l’importante è tenerli coperti in maniera che la cottura proceda a una
temperatura più regolare possibile.
Si è fatta l’ora di pranzo e il tempo di cottura dei
fagioli mi permette di concedermi una pausa. Ne approfitto per mangiare
qualcosa di frugale e rilassarmi una mezzoretta con un buon
romanzo fra le mani.
Riprendo le operazioni di cucina assaggiando i fagioli.
Come previsto non sono ancora pronti, colgo l’occasione per aggiustarli di sale
e pepe e togliere il ramoscello di rosmarino che, ormai, ha rilasciato la sua
essenza. È il momento di sfoderare il tagliere e la mezzaluna, come
fossero lo scudo e la lancia di un bellicoso armigero d’altri tempi, per
affrontare il battuto.
Sbuccio una grossa
cipolla rossa e lavo un sedano, foglie comprese. Aggiungo un porro e un
sostanzioso ciuffo di prezzemolo, poi trito finemente il tutto. Le carote
invece, dopo averle lavate e spuntate, le riduco a cubetti. Rovescio tutto il
contenuto del tagliere in un tegame di coccio, largo e profondo, nel quale, nel
frattempo, ho fatto scaldare mezzo bicchiere di vero olio d’oliva e imbiondire
qualche spicchio d’aglio. Prima però, il tegame, lo sollevo su un apposito
treppiedi in maniera che il trito soffrigga molto lentamente. Cucinare al fuoco
di legna ha un fascino prezioso sul quale non intendo scendere a compromessi,
ma inevitabilmente richiede degli accorgimenti diversi rispetto ai fornelli la
cui fiamma è modulabile all’istante.
È arrivato il momento
delle patate e delle zucchine. Dopo aver sbucciato le prime e lavato le
seconde, riduco anche loro a piccoli cubetti come ho fatto con le carote, poi
le metto a cuocere nel soffritto che, da questo momento, non dimenticherò di
girare spesso con un mestolo di legno. Ah!, dimenticavo invece i pomodori che,
poco fa, ho messo a bagno nell’acqua calda (non quella dei fagioli). Li
recupero con uno scolapasta e, per non scottarmi le mani mentre li pelo, li
raffreddo sotto l’acqua del rubinetto. Prima di buttarli nel solito tegame
insieme a tutto il resto, li schiaccio bene-bene in una
ciotola col dorso di una forchetta. Continuo a rimescolare finché ogni
ingrediente non è amalgamato con gli altri come Dio comanda.
Mi piego in avanti e
aspiro così forte da catturare la scia aromatica che sale scomparendo nella
cappa della cucina, me ne riempio il naso estasiandomi come un maiale che si
rotola nella mota. È un profumo complesso, composto da singoli
odori così fedeli alla loro identità che posso ancora distinguerne alcuni:
quello dell’olio d’oliva scottato; quello della cipolla soffritta; quello del
fuoco di legna d’olivo e quello della primavera a cui il pomodoro, anche se
coltivato in serra o conservato in celle frigorifere, fa da scrigno. Mi scappa
un sorriso che non rivolgo a nessuno perché
sono solo. Ma non per questo lo trattengo. Anzi!
Rassicurato dalla
convinzione che tanto smetto quando voglio, mi verso mezzo
bicchiere di rosso. Sarà il mio compagno fedele fino al termine
della preparazione della minestra di pane. Però adesso non c’è tempo per le
chiacchiere: il soffritto scalpita nel coccio. Gli do un’altra vigorosa rimescolata e
passo agli ortaggi a foglia, cominciando dalla palla di cavolo verza. La divido
prima nel mezzo, poi tolgo la costola centrale da entrambe le metà e, per
finire, la taglio a listarelle non troppo sottili. Stesso trattamento lo
riservo alla bietola. Anche dalle foglie del cavolo nero tolgo la costola dura
prima di affettarle grossolanamente. Le foglie degli spinaci le frantumo
direttamente con le mani e con poca convinzione, tanto che le più piccole le
lascio intere. Il grado di sminuzzatura degli ortaggi a foglia è lasciato alla
discrezionalità dei gusti, va comunque tenuto conto che durante la cottura
tenderanno a disfarsi. Passandolo sotto un abbondante getto d’acqua corrente,
lavo un’ultima volta il triturato di ortaggi e lo lascio a sgrondare, giusto il
tempo che impiego a torturare nel passaverdura la metà dei
fagioli. Torno rapidamente agli ortaggi per aggiungerli nel solito tegame di
coccio, quello nel quale ho fatto il soffritto e cotto le patate. Vi verso
anche i fagioli passati e un bricco della loro acqua di cottura.
Stando attento a non
bruciarmi, tolgo il treppiede da sotto il tegame che d’ora in poi resterà
posato direttamente sul piano di cottura. Rimescolo tutto il contenuto,
curandomi ancora di miscelare uniformemente ogni componente, poi copro con un
testo. In ultimo aggiungo altra legna al bruciatore per ravvivare la fiamma, ma
senza esagerare. La fretta non è mai una buona consigliera, tanto meno lo è in
cucina. In particolare, in questa fase, so di dover concedere alle varie
sostanze il tempo di scambiarsi i gusti e i profumi con tutta la calma del
caso. Per me, invece, mi concedo qualche altra pagina del bel romanzo che sto
leggendo. Me lo merito.
Interrompo la lettura
quando la zuppa inizia a bollire. Tolgo il coperchio, poi lascio che cuocia
ancora per un paio d’ore spostandola sempre di più verso la zona meno calda del
ripiano della cucina. Per evitare che si asciughi troppo, di tanto in tanto
aggiungo qualche romaiolo di broda dei
fagioli che continuo a mantenere calda. L’obiettivo è quello di ottenere un
composto cremoso ma abbastanza liquido, poiché dovrà ammorbidire il pane. Salo
e impepo con moderazione, tanto c’è sempre tempo per rimediare in seguito; il
contrario sarebbe invece complicato. A cottura terminata aggiungo la rimanenza
dei fagioli, questa volta interi; mescolo adeguatamente e levo il tegame dal
fuoco. La preparazione della zuppa è terminata; ora mi rimane da trasformarla
in minestra di pane.
Dalla madia recupero il
pane raffermo e lo riduco in fette sottili. Prendo un altro tegame, sempre
ampio ma con i bordi più bassi del precedente. Copro il fondo con uno strato di
zuppa che, a sua volta, copro con uno strato di fette di pane raffermo e poi
ancora zuppa. Proseguo così, a piani alternati, fino a colmare il recipiente
con l’ultimo strato di zuppa.
Alla fine mi ritrovo con
due tegami: quello con la minestra di pane e quello di coccio con l’avanzo
della zuppa. Il primo, dopo aver ormeggiato il testo ai manici
in maniera che i gatti non possano andare a curiosarci dentro, lo metto a
raffreddarsi lentamente sul tavolo sotto la pergola dove riposerà fino a
domani. Il pane avrà tutta la nottata a disposizione per inebriarsi coi sapori
e gli aromi del brodo di verdure. Il secondo tegame lo svuoto travasando in un
recipiente più piccolo la zuppa rimasta, che metterò in frigorifero solo quando
si sarà sufficientemente raffreddata. Sarà uno dei miei pasti nei prossimi
giorni.
Del tegame di coccio
rimasto vuoto ne avrò bisogno domani. Per il momento non mi rimane altro che
sciacquarlo con una generosa passata d’acqua fredda. Voglio che conservi tutta
la saggezza del gusto che ha accumulato durante la cottura della zuppa;
saggezza che non sarò io a contaminare con l’uso di saponi e detersivi.
*****
Ovvia, siamo finalmente
al giorno della cena! In teoria, se avessi il fornello a gas, potrei
trattenermi sul piazzale Vittorio Veneto fino all’orario consueto di chiusura.
Invece, nel primo pomeriggio, chiudo baracca e chicchere e rincaso per
accendere la cucina economica. Trasformare la minestra di pane in ribollita non
richiede moltissimo tempo e farebbe quasi tutto da sé, se non fosse che, come
ho già detto, ho scelto di non svendere il fascino del fuoco di legna
all’effimera comodità dei moderni elettrodomestici. Mentre la ghisa del ripiano
si riscalda adeguatamente, io mi semisdraio sotto la pergola,
libro in un mano e un buon bicchiere nell’altra, a godermi il tepore dei primi
soli che annunciano la primavera.
Intorno alle cinque e
mezza del pomeriggio mi alzo; il tempo di una doccia e sono pronto per
dedicarmi all’ultima fase della preparazione della ribollita.
Da fuori recupero la
zuppa di pane, libero il coperchio dagli ormeggi anti-gatto e
rovescio il contenuto, adesso una sorta di pastone semisolido,
nel tegame di coccio, lo stesso in cui ieri ho cotto gli ortaggi. Quest’ultimo,
ravvivata la fiamma con l’aggiunta di nuova legna, lo poso al centro del piano
di cottura.
Quando il pastone inizia
a perdere compattezza, con un mestolo di legno lo mescolo senza troppa
insistenza; quel tanto che basta a evitare la separazione delle sostanze solide
da quelle liquide che tendono a salire in superficie. Dopo un’abbondante
pioggia di foglioline di pepolino e raggiunto il bollore,
rimesto con maggiore decisione per evitare che la ribollita si attacchi sul
fondo. Nella peggiore delle ipotesi però, sul fondo si formerà una crosta
squisitissima e tutt’altro che disprezzabile.
Il resto è solo attesa:
almeno un’ora di sobbollitura a fuoco quieto; il resto è
storia!
*****
Come raccontavo,
l’architetto Leopoldo, con l’anta della pasticceria, si è
presentato quando la ribollita aveva appena staccato il
bollore. Il brigadiere Daniele Tempestini invece, preciso come al solito, è
sbucato dal sentiero alle otto in punto.
Gli altri tre commensali
arrivano col quarto d’ora di ritardo accademico. Nulla di male, la ribollita ha
avuto solo il tempo di miscelare ancora meglio i toni appetitosi che la
compongono. Mentre vengono verso la pergola mi sembrano la rievocazione storica
della venuta dei tre Re Magi. Il Vinaino di Porta al Prato, con la disinvoltura
che gli si conviene, tiene incastrati fra le dita i colli di quattro bottiglie
di Chianti Rufina Riserva, roba di Pomino in formato bordolese.
Quello che sembra più re magio di tutti però è Taamir che, fra le mani aperte,
stringe una zuppiera coperta con un panno candido e immacolato.
Quello che mi fa gelare
il sangue invece è Santiago. Mi allunga un pacchetto di carta stagnola tutto
raggrinzito. Cerco di essere disinvolto ma lo sguardo mi balza, incontrollato e
colpevole, sul volto del Tempestini che ha già drizzato le antenne. Cazzo!,
sussurro dentro di me, mentre interrogo la memoria per sapere se gliel’ho detto
o non gliel’ho detto che, uno degli ospiti, fa il carabiniere. La risposta è di
quelle che non lasciano scampo: no, non gliel’ho detto!
Le mani sudate mi tremano leggermente e sento di avere un’espressione così
rimbecillita che potrei fare scuola a certi tronisti. Gli occhi del
brigadiere intanto non mollano l’involucro dal quale, con un sollievo che mi fa
ripartire la respirazione, estraggo il primo dei sei Don José Correa in
variante Churchill, con tanto di doppia bandierina gialla e azzurra
sul collare rosso a sigillo dell’originalità.
Rinfrancato, metto in
frigorifero la ciotola di Taamir.
Terminati i brevi
convenevoli di benvenuto, ci sediamo a tavola. Tanto per scaldare i muscoli
della mascella, ho preparato un tagliere di affettati e formaggi che spolveriamo
in quattro e quattr’otto insieme a un assortimento di sottoli vari.
Mentre l’architetto Leopoldo si fa carico di versare il secondo giro di vino,
io porto in tavola la ribollita senza toglierla dal tegame di coccio che, per
non bruciare la tovaglia, deposito sullo stesso tagliere che aveva fatto da
piatto di portata per l’antipasto.
Servo in ogni piatto
due romaioli colmi di ribollita. Iniziare con porzioni in
formato ristorante sarebbe solo ipocrisia: so già che ognuno di noi farà almeno
un bis. Ciascuno completa nel proprio piatto col condimento d’obbligo: una
generosa spolverata di pepe nero macinato a fresco e olio d’oliva di
quello bono, ma non una “c” come si legge sui manuali di
ricette, bensì almeno un buon mezzo alfabeto. Per chi lo vuole ho
messo in tavola anche il peperoncino, Diavoletti di Calabria che
ho cresciuto, seccato e macinato personalmente.
Nonostante gli esperti
prevedano un ultimo colpo di coda dell’inverno, il meteo stasera
ci sta volendo davvero bene e l’aria, fresca al punto giusto, ci dà la
percezione che allungando una mano si possa toccare la giovinezza della
primavera. Il resto, nel gioco d’incastri perfetti che coccola i nostri cinque
sensi (ma forse sono sei!), lo fanno la genuinità del cibo, la
schiettezza del vino dei nostri colli e l’autenticità della compagnia.
Superata quella prima
inevitabile fase di acclimatazione in cui gli sconosciuti si prendono le misure
a vicenda, la conversazione prende forza. Gli ultimi a sciogliersi
completamente, raccontandoci qualcosa delle loro storie, sono gli stranieri
anagrafici (stranieri sociali ormai lo siamo tutti).
Santiago, dopo il
diploma all’Art-Song Academia De Musica Y Arte di Bogotà, è
approdato a Firenze insieme alla fidanzata che dipinge madonne sul lastricato
di via Calimala. Per vivere, quando lo chiamano, suona il violino nei locali o
a qualche evento privato, anche se, ci dice, preferisce farlo in strada: i
luoghi chiusi lo angosciano. Il velo di ghiaccio che il pacchetto di carta
stagnola aveva calato fra lui e Daniele Tempestini si scioglie all’istante,
lasciando il posto a una sorta di legame empatico fra i due: anche il
brigadiere chiuso fra quattro mura si sente in trappola, tanto che ha scelto di
vivere in una carovana da giostrai. Al momento l’unico progetto che
ha Santiago, ma al quale non ha ancora messo mano, è quello di progettare il
suo futuro.
Taamir invece un
progetto ce l’ha (ma forse è solo un sogno): tornare in Pakistan,
mettere a frutto la sua laurea in ingegneria informatica e chiudersi, ogni
sera, dentro le stesse quattro mura dove dormono sua moglie e i suoi tre figli.
Intanto, ogni mese, tramite un money transfert di via
Palazzolo gli spedisce il necessario per vivere. Se lo guadagna occupandosi del
decoro urbano davanti a uno degli alberghi più lussuosi di tutta la città,
sopperendo alle manchevolezze di un’amministrazione a volte un po’ latitante.
Con naturale
piacevolezza chiacchieriamo saltando di palo in frasca finché,
il discorso, finisce sui grandi mali che ci affliggono e che sembrano sempre
meno slegati fra di loro: il riscaldamento globale, minaccia dalla quale
nessuno può dichiararsi indenne, non è svincolato dalla sete incontrollata di
profitto che, dalla Terra dei fuochi alle acciaierie di
Taranto passando per le miniere di cobalto in Congo e infiniti altri luoghi,
miete senza riguardo vittime innocenti.
Inevitabilmente la
conversazione scivola sull’argomento del giorno, la tremenda epidemia che dopo
aver messo in ginocchio il Nord Italia, si è affacciata anche in Toscana con i
primi casi conclamati. Tutti ci auspichiamo che la faccenda si risolva nel
migliore dei modi e pazienza se, le misure di prevenzione che pare verranno
prese nelle prossime ore, dovessero generare un eccesso di allarmismo.
«Il timore in questi
casi» dice Santiago timidamente, forse per paura di offendere gli italiani
presenti, «è che le misure speciali prese in tempi di emergenza, restino in
vigore anche quando è tornata la quiete». Essere cresciuto in America Latina
evidentemente fa curriculum, penso dentro di me mentre tutti i compagni di
tavolata annuiscono.
La discussione si
accende invece sugli ipotetici scenari del dopo emergenza, fra chi sostiene che
nulla sarà più come prima e chi è convinto che, passata la paura, ogni cosa
tornerà a essere dominata dai vizi e dalle virtù di sempre.
Taamir, intrigato dalla
dottrina del feng shui, giustamente fa il ragionamento più asiatico di tutti e
suppone che potrebbe trattarsi dell’ultimo avvertimento lanciato dagli
elementi, stufi di farsi stuprare dall’ingordigia degli umani.
«Gli umani…» butta là
l’architetto Leopoldo senza nascondere il suo scetticismo «stiamo
diventando bravini a separare la plastica dall’umido, fosse la
volta buona che impariamo anche a differenziare l’utile dall’inutile e ciò che
ci dà la felicità da ciò che ce ne priva».
Il Vinaino di Porta al
Prato, più pragmatico, dice che, comunque sia e comunque andrà, la politica non
perderà l’occasione per nascondere un bel po’ di polvere scomoda sotto al
tappeto. Poi, per qualche attimo, con la congettura che potrebbe trattarsi di
una mega esercitazione per testare la capacità di controllo delle masse da
parte delle singole nazioni, ci ritroviamo talmente sconfinati nella
fantascienza da tirare in ballo le supposizioni più scriteriate: dal castigo di
Dio alla bioingegneria; dalla guerra chimica alla mega speculazione dei poteri
finanziari. Bizzarrie certamente stravaganti, ma anche l’indice di quanto, le
improbabili interpretazioni ufficiali dei problemi, spingano la forza del
ragionamento a popolarci di dubbi rendendoci sempre più orfani di certezze.
E se invece fosse il
preludio a una catastrofe epocale? Ci addentriamo nella teoria fino a
degenerare in scenari sempre più apocalittici, ma la domanda che ci lascia
senza risposte è se, nel caso, l’estinzione dell’uomo coinciderebbe con la fine
del mondo oppure, sconfitto il suo parassita numero uno, il mondo potrebbe
finalmente dirsi salvo?
Daniele ci riporta con i
piedi per terra. È il più taciturno dei commensali ma, quando prende la parola,
è uno di quelli che incide. Snocciola, oltre alle cifre ufficiali
dell’epidemia, quelle dei suicidi e delle morti cosiddette bianche (come
se chi muore bianco morisse meno di chi muore a colori), senza trascurare i
numeri di chi, in certi angoli della terra e soprattutto bambini, muore ancora
di stenti. I dati di Daniele pongono a nudo una realtà che ci mette di nuovo
tutti d’accordo: l’egoismo e l’infelicità sono le grandi pandemie di cui
colpevolmente abbiamo smesso di prenderci cura e, lasciandole libere di
diffondersi senza più difese immunitarie, hanno finito per ricoprire il mondo
di una sporcizia senza consistenza fisica ma dannatamente percepibile.
La riflessione suscita
una pausa nella quale si intrufola l’architetto Leopoldo. Ne approfitta
sapientemente per strapparci via dall’insorgere della malinconia:
«Ora basta
catastrofismi» dice battendo le mani. Poi, rivolgendosi a me col modo garbato
che ha di sobillare, mi chiede se c’è altro.
Rispondo senza proferir
parola, portando via il tegame completamente ripulito. Torno con l’anta dell’architetto,
una schiacciata alla fiorentina riempita senza miseria di crema chantilly e il
giglio di Firenze tatuato a tutto campo con la polvere di
cacao. L’aggrediamo senza lasciarle vie di fuga e non lasciamo neppure le prove
del suo passaggio.
A seguire tocca al kheer di
Taamir, un budino di riso basmati dolce e cremoso che satura di effluvi
speziati l’aria sotto al pergolato. Complice la grappa del Tempestini che va
giù come un rosolio, a me sembra di vedere le luci di Islamabad dall’alto di un
tappeto volante.
Per completare l’appagamento dei sensi, ci abbandoniamo al fumo lento dei sigari di Santiago.
Lastra a Signa, 6 marzo 2020, di Roberto Giorgetti
*****
Ingredienti per otto buone forchette:
Come premesso, ingredienti e dosi variano
in base ai gusti del cuciniere e secondo la disponibilità di prodotti freschi
di stagione. L’elenco che segue non va dunque letto come una ferrea imposizione:
- Quasi un chilo di pane toscano raffermo (rigorosamente pane sciocco);
- Olio d’oliva (senza fare a miccino);
- 4 spicchi d’aglio;
- 1 rametto di rosmarino;
- Mezzo chilo (meglio 600 grammi) di fagioli cannellini secchi;
- 1 cipolla rossa grossa (oppure una più piccola e un porro);
- 250 grammi di sedano (comprese le foglie tenere);
- 250 grammi di carote;
- 300 grammi di zucchine;
- 300 grammi di patate (c’è chi non ce le mette perché il loro amido, insieme a quello del pane, produrrebbe un effetto colla);
- Mezzo chilo di pomodori da sugo;
- 1 palla di cavolo verza piccola o mezza grossa (in alternativa passi il cavolo cappuccio);
- Mezzo chilo di cavolo nero;
- 300/400 grammi di bietola;
- Spinaci secondo i gusti;
- Sale q.b.;
- Pepe q.b.;
- Pepolino (timo) q.b.;
- Peperoncino (facoltativo);
- Amore p.p.;
- Lentezza m.t.;
- Atmosfera a più non posso.
Legenda: q.b. (quanto basta); p.p. (più possibile); m.t. (mai troppa).





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