CONCHIGLIE DI TERRA - recensione
Ho l'abitudine, nemmeno troppo assidua, di frequentare quegli incontri che alcuni, in maniera troppo pomposa per i miei gusti, deviniscono salotti letterari; io preferisco dargli del tu chiamandoli i laboratori delle parole. Al di là di come li vogliamo nominare, ormai, fra i temi più ricorrenti che vengono dibattuti vi sono la scarsità di lettori e il proliferare di autori. L'accostamento fra i due fenomeni si esaurisce però col dare il giusto risalto al paradosso che generano, poiché originati da condizioni che fra loro non hanno nulla a che spartirsi.
Scrittura e lettura costituiscono un percorso comunicativo; si ha comunicazione quando uno o più soggetti emanano un messaggio e uno o più soggetti lo ricevono, meglio se con diritto di replica (come ogni percorso, anche la comunicazione è determinata da origine, destinazione e senso di percorrenza). Dunque, affinché vi sia comunicazione, serve che qualcuno ascolti... e qui casca l'asino: la gente non sa più ascoltare; si limita a sentire. Ascoltare presuppone l'elaborazione ragionata del messaggio per sottoporlo al vaglio del pensiero critico. Decine e decine d'anni di comunicazione monodirezionale di qualità sempre più scadente e sempre più vuota di contenuti costruttivi (radio, TV, giornali), per lo più controllata da chi aveva e ha tutto l'interesse a intorpidire le menti, hanno avvezzato la massa a sentire invece di ascoltare, ovvero incamerare e assorbire impregnandosi non di messaggi ma di input (che sono tutta un'altra cosa). La conseguenza è una percezione della realtà totalmente distorta, tant'è che "nulla è come sembra" non è più un luogo comune ma una costante. Lo so: se non stessi usando anch'io uno strumento di comunicazione monodirezionale (falso, potreste scrivere nei commenti ma non lo farete perché siete ammaestrati per sentire), mi direste che pure i libri appartengono agli sturmenti comunicativi che vanno in un verso solo. Giustissimo: questo è vero e ve lo riconosco, ma lo fanno con una funzione diametralmente opposta, ovvero quella di conservare (scripto manent, TV volant) e di stimolare la riflessione, l'immaginazione e il pensiero astratto... altro che intorpidire! E allora, per quale ragione chi è ammaestrato per semplicemente sentire (assorbire senza vagliare) dovrebbe fare una cosa così impegnativa come ascoltare un libro? Non lo fa per la stessa ragione per cui non andiamo più in biblioteca per fare una ricerca (ma su internet) o a vangare l'orto per mantenere la forma fisica (ma in palestra): abbiamo rinunciato alla struttura mentale necessaria per farlo, preferendo demandare la responsabilità al divulgatore (penso con infinita tristezza ai geopoppari) o all'influencer sfigato di turno, futuri personal trainer del pensiero altrui.
Ma allora, perché si scrive tanto se i lettori sono una razza in via di estinzione? Credo - è il mio modesto punto di vista - che la causa vada ricercata nel sentore, più o meno conscio, che l'umanità si trovi sulla soglia di un cambiamento epocale, punto di non ritorno superato il quale nulla potrebbe più essere come prima (per lo meno per quella parte di umanità che definiamo occidentale, come se tutti non fossimo occidentali rispetto a chi si trova più a est... almeno finché non mettiamo in discusisone la sfericità del pianeta terra). Scriviamo - mi ci metto anch'io - non per il successo del momento e nemmeno per fare a gara a chi vende più migliaia di copie nell'infantile gioco del chi l'ha più lungo se lo tiri; bensì per l'adempiere a una sorta di senso del dovere che impone alle persone di spiccata sensibilità di lasciare una testimonianza prima che tutto vada perduto: "Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto", come diceva Italo Calvino.
Scrivere scrivere scrivere, dunque, come necessità imprescindibile, affinché resti la memoria che consenta a chi verrà dopo di sapere chi è attraverso la conoscenza e la familiarità con le proprie origini. Ognuno (inteso non come singolo individuo ma nell'accezione ampia di popolo e generazione) è la risultanza di ciò che è stato e delle tradizioni in cui si è evoluto (tradizioni non derubricate a banali abitudini ma elevate a Cultura popolare, quella che merita la "C" maiscola): senza la conoscenza del passato non c'è comprensione del presente; senza la comprensione del presente viene meno la possibilità d'instradare il futuro sulla giusta carreggiata... e qui tornerei alla definizione di percorso: se non sai da dove vieni, non saprai mai dove stai andando... e lo dimostra il fatto che siamo finiti per diventare ciò che siamo: un paese allo sbando più totale!
Adesso mi chiederete cosa c'entrano con tutto questo "CONCHIGLIE DI TERRA" e Andrea Dilaghi; c'entrano eccome! Senza nulla togliere agli illuminati saggisti (che non disdegno ma filtro), dovremmo tutti riconoscere a quegli autori - che qualcuno definisce moderni cantastorie - l'inestimabile valore delle loro opere, soprattutto in considerazione del dato di fatto conclamato per cui, l'uomo, è l'unico animale che non impara mai nulla dagli errori di chi lo ha preceduto (seppur in senso negativo, l'esperimento compiuto dal dottor Stephenson nel 1967 qualche campanello avrebbe dovuto farcelo suonare). Impagabile, per esempio, la lezione che viene dal racconto "Il maiale": metti il tuo nemico nella condizione di non avere nulla da perdere, e ti sarai aggiudicato la certezza della sconfitta... cos'altro aggiungere: un racconto che da solo vale il libro!
Il compito del Cantastorie però non è solo raccontare storie, ma anche quello di fonderle in tutt'uno col bagaglio esperenziale del lettore. Appurato che a nessuno interessa che la narrazione riguardi fatti realmente accaduti - è sufficiente che siano verosimili -, per far funzionare le storie non basta renderle note (distruibuirle, per usare un temrine caro ai librai); c'è invece bisogno che il messaggio da trasmettere venga recepito e correttamente interpretato da una platea più ampia possibile di ricevitori. Perché ciò avvenga, è necessario che il linguaggio del cantastorie sia semplice e popolare, fino a diventare esso stesso, indipendentemente dalla vicenda raccontata, uno scrigno di tradizione, come per l'appunto lo è "Conchiglie di terra".
Insomma, tutto questo per dire che la soluzione non arriverà mai di chi ha creato il problema, ma l'indicazione per la via d'uscita potrebbe arrivare proprio dai cantastorie... perché la risposta a tutte le domande è già scritta nei libri di storia... e nelle storie: basta tornare a leggerle!
Di Roberto Giorgetti
“Ci sono cose che, se non vengono scritte, finiscono per sembrare mai accadute.”
(Tenente Domenico Ferrara – Cosenza, autunno del 1945)...
... e dalle cose mai accadute non s'impara nulla; da quelle scritte sì!

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